Gennaio 1885. La neve continua a cadere senza sosta da più giorni. Neve pesante e cattiva che toglie il fiato. Tutto riposa controvoglia sotto quella coltre che cresce a vista d’occhio sommergendo campi, strade e cortili. I suoni svaniscono e si perdono tra le braccia del silenzio. La montagna dorme e la vita si rintana nelle stalle e nelle cucine. Di tanto in tanto gli uomini spalano i tetti e ricavano stretti camminamenti su ciò che resta delle mulattiere.
Le Alpi di Cuneo stringono i denti dal Monregalese al Saluzzese. Alcuni versanti non riescono più a trattenere quel peso insostenibile e lo vomitano a valle. Tra il 16 e il 17 gennaio l’eco di qualche valanga comincia a riecheggiare in ogni paese. In Valle Varaita le autorità sorvegliano la situazione viste le tante borgate, le tante frazioni, le tante persone.
Molti valloni secondari sprofondano così nell’isolamento. Soltanto i lumi domestici squartano il buio silenzioso della notte. Ma nessuno si preoccupa troppo. La vita in montagna a fine Ottocento, dopotutto, è fatta di sofferenze e di sacrifici che temprano cuore e anima. Nessuna paura, dunque, soltanto una passiva accettazione dei fatti.
Il 17 gennaio, però, continua a nevicare e in Valle Varaita il manto bianco raggiunge ormai i 190cm a partire dai settecento metri di altitudine. Il primo problema diventa la stabilità degli edifici. Tetti, fienili, ballatoi. Si spala e si suda sotto lo sguardo minaccioso di qualche valanga pronta a staccarsi dai versanti più esposti. Verso sera le prime notizie: crolli e feriti verso il Monregalese e il Cuneese. A Frassino la gente dorme ancora serena. Domani, probabilmente, smetterà di nevicare.
Il 18 gennaio, in effetti, la neve cessa di cadere ma soltanto perché alle quote più basse si trasforma in pioggia. Nonostante la nebbia in molti nel capoluogo si recano alla messa domenicale. Dalle frazioni, purtroppo, non si riesce a scendere e si rimane in casa. Tra mezzogiorno e la mezza, però, il Monte Ricordone alza la voce scuotendosi di dosso quell’insopportabile mantello bianco. Una valanga terrificante precipita allora in direzione di Frassino dividendosi in cinque rami differenti.
Meire Fasi e Meire Martin vengono rase al suolo. Danni consistenti anche in Borgata Oliveri, Borgata Danna e Borgata Bruna. La notizia in paese arriva grazie a sei ragazzi di Meire Fasi miracolosamente scampati al disastro poiché di ritorno dall’Albergo del Gallo e presi di striscio dalla valanga. I soccorsi partono subito, ma la pioggia spessa, i collegamenti e i due metri di neve al suolo rallentano ogni movimento.
Dei 91 abitanti di Meire Fasi, muoiono in 27; dei 62 residenti di Meire Martin perdono la vita in 44. Considerando anche le altre borgate soltanto sfiorate dalla massa di neve, la valanga del Monte Ricordone causa 71 morti e 10 feriti, mentre 82 persone vengono estratte vive poco alla volta, alcune dopo quarantotto ore di strenua resistenza. In memoria della sciagura, è stata installata una croce con apposita epigrafe proprio in prossimità del punto esatto di distacco della valanga.
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